A cosa dovremmo puntare ora?

Lo slogan “décroissance” è stato rilanciato all’inizio degli anni 2000 da attivisti della città di Lione che praticavano azioni dirette contro le mega infrastrutture e la pubblicità. Serge Latouche (qui i suoi articoli raccolti nell’archivio di Comune), un professore di antropologia economica e voce critica verso i programmi di sviluppo in Africa, lo rese popolare con i suoi libri, che auspicavano una “Fine dello sviluppo sostenibile” e “una lunga vita per la decrescita conviviale”. Per l’intellettuale francese Paul Aries, decrescita era una “parola distruttiva”, un termine sovversivo che metteva in discussione la desiderabilità data per scontata di uno sviluppo basato sulla crescita. Una rete, piccola ma molto impegnata, di decrescenti crebbe intorno alla rivista mensile La Decroissanse. La parola suscitò interesse in Francia nei dibattiti politici e ci fu anche un tentativo, peraltro fallito, di creare un partito politico della decrescita.

La decrescita oggi

Dalla Francia, il nuovo termine si è diffuso in Italia, Spagna e Grecia. Nel 2008, proprio prima della crisi spagnola, l’attivista decrescente catalano Enric Duran “espropriò” 492.000 euro attraverso dei prestiti bancari concessi da 39 istituti. Egli distribuì tali fondi a dei movimenti sociali, denunciando il sistema creditizio speculativo spagnolo e la crescita fittizia che esso alimentava.

A Parigi, a partire dal 2008, una serie di incontri internazionali, un misto di conferenze scientifiche e di fori sociali, introdusse la decrescita nel mondo di lingua inglese. Nel settembre 2014, 3.500 ricercatori, studenti e attivisti si sono incontrati a Lipsia per la Quarta Conferenza Internazionale sulla Decrescita (leggiSmettiamola con la crescita). Le attività svolte andavano da gruppi di lavoro sulla crescita e il cambiamento climatico alla critica gramsciana al capitalismo, dalla settimana lavorativa di venti ore alla disobbedienza civile davanti ad una centrale elettrica a carbone e a corsi su come cucinarsi il pane (Facciamo il pane insieme).

Il proliferare della ricerca accademica su riviste accuratamente curate da esperti ha fornito il suo appoggio alle principali affermazioni della decrescita: la impossibilità di evitare i disastrosi cambiamenti climatici continuando a crescere come sempre; i limiti fondamentali del disaccoppiamento tra l’uso delle risorse e la crescita; la sconnessione tra crescita e un benessere in via di miglioramento nelle economie più avanzate, l’aumento dei costi sociali e psicologici della crescita. Lavori recenti hanno evidenziato l’imperativo assoluto della crescita composta nel capitalismo (che David Harvey chiamava la più letale delle sue contraddizioni) e hanno esplorato i modi in cui l’occupazione o l’uguaglianza potrebbero essere sostenibili in economie post-capitalistiche in assenza di crescita.

Le proposte politiche variano da sistemi di prezzi massimi del carbone e dalle moratorie delle estrazioni minerarie al reddito garantito per tutti i cittadini, da una settimana lavorativa ridotta alle richieste di risorse definite beni comuni e dalle cancellazione dei debiti, così come una radicale riforma del sistema di tassazione con tasse sul carbone invece che sui redditi, dei livelli massimi dei salari e delle tasse sui capitali. Chiedendo l’impossibile, “queste riforme non riformiste” come le chiamava Andre Gorz, esigevano una riforma sistemica (come rilevava Slavoj Zizek, le riforme socialdemocratiche sono rivoluzionarie in una fase in cui il capitalismo non può più distorcerle a suo favore).

In termini politici, siamo di fronte a una chiara comprensione del fatto che sono necessari dei cambiamenti del sistema, e che ciò richiede un movimento di movimenti oppure una alleanza di tutti gli impoveriti, compresa una coalizione dei movimenti per una giustizia globale sociale e ambientale. Mentre la decrescita è incompatibile con il capitalismo, la decrescita rifiuta anche l’illusione della cosiddetta “crescita socialista”, nella quale una economia pianificata razionalmente e centralmente in modo quasi magico, potrebbe diffondere degli sviluppo tecnologici che renderebbero possibile una crescita ragionevole, senza incidere sulle condizioni richieste dall’ambiente. Seguendo le ispirazioni di Gorz, i decrescenti potrebbero collaborare con gli amici socialisti, che trovano più facile immaginare la fine del mondo o la fine del capitalismo, ma per qualche inesplicabile ragione, non la fine della crescita.

Una via alternativa

Per le altre persone “decrescita” significa principalmente un modo di vivere di ogni giorno. I nostri tre giorni di forum sulla decrescita ad Atene all’inizio di quest’anno hanno visto la partecipazione di centinaia di partecipanti non solo accademici, ambientalisti e attivisti dei diritti umani o membri di Syriza, i Verdi e la sinistra “anti autoritaria”, ma anche di persone tornate alla terra e coltivatori biologici provenienti dalla Grecia rurale, e molti dei militanti di base dell’economia solidale, degli ospedali popolari e dell’agricoltura urbana. A Barcellona, il simbolo della decrescita è costituito da progetti come Can Masdeu, uno stabile occupato con una rete di orti urbani nei condomini della classe lavoratrice a Nou Barris e una storia di attivismo per “i diritti alla casa”, oppure dalla “Cooperativa integrale Catalana”, con 600 membri e 2.000 partecipanti, che costituisce l’organismo “ombrello” per produttori indipendenti e consumatori di cibo biologico e prodotti artigianali, residenti in comunità ecologiche, imprese cooperative e reti regionali di scambi che emettono le loro rispettive monete alternative.

La decrescita offre uno slogan che mobilita, riunisce e da un significato ad un ampia e diversificata gamma di persone e movimenti, anche senza costituire il loro solo o perfino il loro principale orizzonte. François Schneider, ispiratore della conferenza internazionale e fondatore di “Ricerca e Decrescita” (Research & Degrowth), il gruppo di intellettuali di Parigi (e che ora è a Barcellona), comprende tutta l’ibridazione della decrescita: PhD laureato in ecologia industriale, ha camminato per un anno con un asino per tutta la Francia spiegando la decrescita ai passanti che lo fermavano perplessi. Oggi vive a “Can Decreix”, una casa molto essenziale sulla frontiera franco-catalana, un centro di sperimentazione e di formazione sulla vita frugale.

Qualcuno parla di un “movimento” di base della decrescita, ma i partecipanti alla conferenza non sono un gruppo coeso di persone con un piano di lavoro condiviso o con finalità accettate da tutti, e noi non abbiamo ancora raggiunto il numero sufficiente per definirci un movimento. A differenza del movimento anti globalizzazione, non abbiamo un palazzo dell’Organizzazione mondiale per il commercio da sconquassare o un trattato sul libero scambio da bloccare. La decrescita mette a disposizione uno slogan che può mobilitare, mettere insieme e attribuire un significato ad una gamma differenziata di persone e movimenti, senza essere il loro solo obiettivo e nemmeno il principale orizzonte. È una rete di idee, un vocabolario, come lo abbiamo chiamato in un recente libro, che sempre più persone possono percepire che dia una risposta alle loro preoccupazioni.

Redistribuzione, non crescita

Una nuova Sinistra deve essere una Sinistra Ecologica, oppure non sarà affatto una sinistra. Il cambiamento climatico sta cambiando tutto (dossier clima, verso l’incontro in Francia Il bivio di Parigi), e come dice Naomi Klein, deve cambiare anche la Sinistra. Il capitalismo richiede una costante espansione, una espansione che comporta lo sfruttamento di esseri umani e non umani, che danneggia irrimediabilmente il clima. Una economia non capitalista dovrà sostenersi durante il processo di ridimensionamento. Ma come possiamo ridistribuire o garantire una quantità significativa di lavoro senza avere una crescita? Non esiste ancora una concreta “economia della decrescita”. Purtroppo, il Keynesismo è lo strumento più potente che la Sinistra, anche la Sinistra Marxista, ha a disposizione per affrontare i problemi della politica economica. Ma questa è una economia degli anni ’30, quando l’espansione illimitata era ancora possibile e desiderabile.

Se gli Egizi avessero cominciato con un metro cubo di prodotti e li avessero aumentati del 4,5 per cento all’anno, alla fine dei loro 3.000 anni di civilizzazione, avrebbero dovuto occupare due miliardi e mezzo di sistemi solari. Senza una marea che facesse innalzare tutte le barche, è giunto il momento di ripensare a ogni barca e a che cosa trasporta. La risposta della Sinistra al rebus di Piketty “r maggiore di g”, non dovrebbe essere “noi aumenteremo g”. Dopo tutto, noi abbiamo sempre desiderato di ridurre la r, cioè di ridurre l’accumulazione di capitale! Lo stesso Piketty, che difficilmente può essere definito un ecologista, non crede nella possibilità di una crescita maggiore. La redistribuzione è il problema centrale di un 21° secolo senza crescita.

La Sinistra si deve liberare dall’immaginario della crescita. Una crescita perpetua è una idea assurda (prendiamo in esame l’assurdità dell’esempio sopra riportato: se gli Egizi avessero iniziato con un mettro cubo di qualunque prodotto e lo avessero aumentato del 4,5 per cento all’anno, alla fine dei tremila anni della loro civilizzazione, avrebbero dovuto occupare due miliardi e mezzo di sistemi solari). Anche se noi potessimo sostituire la crescita capitalista, con una più piacevole, angelica, crescita socialista, perché dovremmo voler occupare con essa due miliardi e mezzo di sistemi solari?

La crescita è una idea che è parte e componente del capitalismo. È il nome che il sistema ha dato al sogno che stava producendo, il sogno della abbondanza materiale. Il prodotto interno lordo venne inventato per fare il bilancio della produzione militare, ed è evoluto fino a diventare la sua misura, un indicatore che in modo “oggettivo” misurava e confermava il “successo” degli Stati Uniti durante la Guerra Fredda. La crescita è ciò di cui il capitalismo ha bisogno, conosce e fa. Come ha rilevato Gareth Dale, le politiche socialiste non riguardavano mai gli aumenti quantitativi in un valore di scambio astratto. Esse erano espresse in cose specifiche, in valori d’uso concreti: occupazione, salari decenti, dignitose condizioni di vita, un ambiente sano, istruzione, sanità pubblica o acqua pulita per tutti. Tutte queste cose richiedevano risorse; ma non vi era alcun motivo per cui esse avrebbero avuto bisogno di una ininterrotta espansione delle risorse, il 3 per cento ogni anno.

E qui si può fare una affermazione ancora più forte: le cose che noi della Sinistra vorremmo veder “crescere” non causerebbero una crescita cumulativa (a meno che non ridefinissimo completamente che cosa noi misuriamo come attività economica, ma questo sarebbe solo un gioco di parole). Diffondendo la ricchezza con cautela, usando le mani e la mente più di quanto necessario, lasciando in ozio ambiente e persone, usando del tempo per prenderci reciprocamente cura dell’altro: tutte queste cose sono delle “tasse” sulla produttività e sulla crescita. Ma noi possiamo anche sentirci meglio pur essendo meno produttivi. Però la industrializzazione si è espansa concentrando le produzioni in eccesso nelle mani di pochi (capitalisti o Stati), reinvestendo i profitti per realizzare una maggiore crescita; certo non attraverso la redistribuzione della ricchezza a tutti o lasciando oziosi i pascoli e i fossili.

Cambiare i sogni

Questo può essere troppo duro da digerire. Dopo tutto, molti di noi spesso spingono per l’eguaglianza, per la democrazia, per la piena occupazione, per un salario minimo, per l’istruzione o per le rinnovabili (così le chiamate) in nome della crescita. Si crede che una alternativa al sistema capitalistico che ha occhi solo per il profitto sarà più “razionale” e potrebbe fare meglio di ciò che fa il capitalismo, e perfino molto meglio. Ciò è politicamente sbagliato: come dice Slavoj Zizek, la Sinistra non può esaurirsi in nuove maniere di realizzare gli stessi sogni; deve modificare gli stessi sogni. È anche sbagliato sul piano concreto. La “gloriosa” (sic) era del dopoguerra, l’epoca della ricostruzione e della presa di possesso è terminata. Ci sono poche indicazioni che il Keynesismo alimentato dal debito, marrone o verde, capitalista o socialista, possa rivivere. Tutto ciò è indipendente dal fatto che l’austerità neoliberista è disastrosa. Si alla redistribuzione, alla democrazia e all’eguaglianza, ma non nel nome della crescita.

Nella decrescita rivive lo spirito della “austerità rivoluzionaria” di Enrico Berlinguer, una austerità nata dalla solidarietà. Il petrolio che alimenta le nostre auto, riscalda le nostre case e fornisce energia anche ai nostri ospedali e alle nostre scuole è lo stesso che distrugge villaggi e foreste nella Amazzonia peruviana o in Nigeria. Non abbiamo bisogno che il papa ci ricordi tutto ciò (Il Cantico che non c’era). La ragione di fondo che spinge verso una vita “sobria”, come ha detto Berlinguer prima e che il papa ci chiede oggi, è che le nostre azioni “qui” colpiscono persone ed ecosistemi “laggiù”. Non perché la macchina capitalista corre ormai fuori controllo (la preoccupazione dei Malthusiani), o perché. come i neoliberisti affermano, “noi viviamo al di sopra dei nostri mezzi” (la frase con cui indicano “il 99 per cento” che usa i servizi dello Stato del benessere, non certo quell’1 per cento che vive con il suo capitale). Nella prospettiva della decrescita, il problema non è che il Grande Nord consuma più di quanto produce (o, in termini Keynesiani, produce più di quanto consuma). Il problema che esso produce e consuma più di quanto è necessario, alle spese del “Sud” Globale e interno, cioè altri esseri viventi e future generazioni. Produrre e consumare meno ridurrebbe i danni arrecati agli altri.Si tratta di una questione di giustizia sociale e ambientale: un “riprendere e ridistribuire da parte dell’1 per cento globale (e in minor misura da parte del 10 per cento di classi medie delle EuroAmeriche) al resto dei popoli. Questa richiesta di una semplicità sobria potrebbe destare delle risonanze nei sensi comuni dormienti relativi ad una “buona vita” presente in molte culture, all’Est e all’Ovest. Potrebbe far recuperare una capacità critica basata sul buon senso comune degli “eccessi” da parte della cricca dei sostenitori dell’austerità, che ipocritamente la usano per giustificare le loro politiche regressive.

Possibilità politiche

Decrescita è una parola chiave che circola in larga misura tra gli attivisti. In Grecia e in Spagna si usa tra gli anarco-cooperativisti e gli ecocomunitari, compresa la base giovanile di partiti come Syriza o Podemos. Era una parola presente, anche se non dominante, negli stabili occupati e nelle realtà di economia solidale, che deriva da esse. Tra i Verdi ha risvegliato le vecchie, pre “sviluppo sostenibile” divisioni esistenti tra radicali “fondamentalisti” e pragmatici “realisti”. Come segno della nuova radicalizzazione dei Verdi europei, e degli Equo della Spagna, rappresentati nel Parlamento Europeo, è stata esplicitamente approvata una agenda del “dopo la crescita” (con i membri del parlamento Europeo che scrivono con posizioni favorevoli alla decrescita, MEP). La campagna nazionale dei Verdi inglesi era anche ispirata a criteri di “post crescita” o di “de-crescita”, anche se non in maniera esplicita.

Richiamarsi esplicitamente alla decrescita costituisce un suicidio politico in un ambiente dominato da mezzi di comunicazione delle multinazionali. È necessario un maggiore lavoro di base per rendere la decrescita un concetto di buon senso comune. Per ora, più un partito radicale si avvicina al potere, più è probabile che tenda a dissociarsi dalla decrescita. Pablo Iglesias ha firmato il manifesto decrescente “Ultima chiamata” (last call’ manifesto). Ma, come ha rilevato acutamente The Economist, man mano che Podemos maturava, ha lasciato da parte idee “impattanti” come “decrescita” o “anticapitalismo”. I paralleli con la Nuova Sinistra in America Latina sono ovvii. Correa o Morales sono stati eletti con il sostegno di movimenti indigeni ed ecologici con filosofie simili al pensiero della decrescita. Una volta pervenuti al potere, la “real politik” e politiche basate sulla redistribuzione della crescita hanno imposto di favorire una crescita basata sui capitali e alimentata dalla estrazione di risorse.

Si sarebbe potuto sperare che almeno i partiti della Nuova Sinistra in Europa evitassero di parlare della crescita come loro obiettivo centrale. Non vi è dubbio, infatti, che le crisi ripropongono l’immaginario della crescita, questa volta inteso come un obiettivo progressista. Un attivista di Podemos in Catalogna ha commentato, parlando con me, che “con la crisi in atto, noi possiamo solo parlare di crescita”. Eppure, tutto ciò non è completamente vero. Richiede coraggio e immaginazione, ma non è impossibile. “Barcellona en Comu” ha vinto le elezioni della città senza menzionare la crescita una sola volta nel suo programma. Ciò potrebbe avere a che fare con il radicamento organico della decrescita e delle idee associate nella società civile di Barcellona e con la fiorente economia alternativa e solidale della città città. Molti dei miei amici e colleghi hanno lavorato al programma del partito, che si impegna a favore di un reddito di cittadinanza, ditasse verdi, rivendica spazi verdi, una cooperativa energetica municipale, unminor uso delle risorse, meno rifiuti e edilizia popolare. Tra le prime decisioni del nuovo sindaco, Ada Colau, vi è una moratoria per i nuovi alberghi e portare a compimento il bando per le Olimpiadi Invernali del 2026. Santi Villa, ministro per l’ambiente della catalogna, e un aspirante giovane conservatore, la ha accusata di guidare “il partito della decrescita” (trascurando il fatto che pochi mesi prima, quando cercava di collocarsi in cima delle più recenti idee nel dibattito sul cambiamento climatico, egli stesso aveva parlato in Parlamento in termini molto favorevoli di decrescita).

Keynesismo senza crescita?

Il programma economico di Podemos è stato elaborato in prima stesura da due economisti socialisti-keynesiani (Vicenc Navarro e Juan Torres), che avevano spesso scritto dei testi di opinione contro la decrescita. Fortunatamente, esso evita dei chiari riferimenti alla crescita. Ciò potrebbe costituire il segnale di uno spazio per un “keynesismo senza crescita”. Io sono convinto di si. Uno può immaginare politiche fiscali e tassazioni che spostano risorse in favore della classe lavoratrice e verso il verde, interventi o attività alternative che promuovono un consumo a bassa intensità da parte di coloro che sono in situazione di bisogno, all’interno di tendenze complessive di una contrazione dell’economia. È difficile riportarla alla visione di Keynes, ma forse sarebbe adatta ad economie in stagnazione secolare.

Diversamente da una municipalità, le cui responsabilità fiscali sono limitate, una nazione senza crescita potrebbe incontrare dei problemi a finanziare i suoi servizi per il benessere. Almeno all’inizio, tuttavia, io non vedo alcun buon motivo perché i costi della finanza o dell’istruzione debbano crescere al 2 o al 3 per cento all’anno (il tasso della supposta crescita necessaria). Esiste un immenso obiettivo per risparmiare, invertendo il ritmo dell’esternalizzazione e degli acquisti più costosi, vietando dei mega progetti o la decentralizzazione dei servizi, come quelli della prevenzione sanitaria o delle cure per i bambini condividendo invece i costi con delle reti di solidarietà. Paesi tra i più poveri, come Cuba o Costarica, hanno una sanità pubblica e una istruzione di livello mondiale. Tasse sui capitali più elevate possono anche impedire delle perdite di reddito causate della decrescita. Un benessere senza crescita è teoricamente possibile, ma nessun partito di Sinistra ha osato pensare che si sarebbe potuto tentare di mettere in pratica tutto ciò.

Un altro punto importante è il debito. In mancanza di crescita, il debito, espresso in percentuale rispetto al Prodotto Interno Lordo, aumenta. I tassi per accendere debiti si alzano velocissimamente, mentre la capacità di restituzione diminuisce. Tutto ciò rende una decrescita Keynesiana meno plausibile. Senza crescita, il debito pubblico, presto o tardi, deve essere ristrutturato, o eliminato, sia con un decreto, sia con l’inflazione. Esistono dei precedenti storici per tutto questo. Ma una volta che ciò è stato fatto, non può certo essere ripetuto. In assenza di nuovi debiti, lo spazio per l’espansione fiscale è limitato.

L’urgenza di affrontare la questione del debito pubblico può spiegare le differenze tra Spagna e Grecia. L’avanzata di Syriza, all’inizio, ha alimentato le speranze di veder diventare possibile “un altro mondo”: la base, specialmente i giovani, del partito, consisteva di cooperativisti verdi, che favorevoli a uno spirito di decrescita, scommettevano su una “economia di solidarietà”, probabilmente non completamente definita. Tutti i quadri elevati del partito, tuttavia, parlavano senza riserve in favore della crescita, inserendola in una cornice di alternativa alla austerità. Nei negoziati con l’Eurogruppo c’è stato un tentativo, che ebbe vita breve, di avanzare la proposta di Joseph Stiglitz, di una “clausola di crescita”: la Grecia avrebbe voluto collegare le restituzioni del debito alla crescita. Tali richieste vennero bollate come “ultraradicali”; parlare di una economia solidale senza crescita sarebbe stato più sciocco che pazzesco.

Una economia solidale

Alcuni commentatori stranieri sognavano che un “No” alla Troika e una uscita dall’euro avrebbe aperto la strada ad una transizione verso la decrescita e una economia solidale (the road for a degrowth). Non vi era nessuna forza politica, in Grecia che auspicasse tutto ciò. Era favorevole alla dracma la Sinistra di Syriza, ora diventata un altro partito chiamato “Unità popolare”, che è ardentemente produttivista, i suoi leader hanno avuto una esperienza ambientale sconcertante come ministro dell’Energia, compresi i piani per una nuova produzione interna di carbone e sussidi ai carburanti per le industrie. Malgrado la fenomenale espansione e gli importanti risultati raggiunti dall’economia solidale in Grecia, esso costituisce ancora un movimento sociale marginale, (molto più piccolo di quello spagnolo), e le sue reti sono insufficienti a soddisfare le esigenze della popolazione qualora avesse inizio un periodo di transizione. Una morbida contrazione economica all’esterno dell’euro è improbabile; è stata proprio la paura della mancanza di cibi o di medicinali importati e un caos economico nel periodo intermedio che ha preoccupato Alexis Tsipras tanto da non firmare un nuovo memorandum.

Paesi come il Giappone, indipendenti dal punto di vista monetario e fiscale, e con la capacità di emettere e finanziare debiti nella propria valuta, sono in una migliore posizione per sostenere l’occupazione e il benessere generale senza crescita (il Giappone non ha avuto una crescita per più di dieci anni, un decennio “perduto” soltanto agli occhi degli economisti). Ma, naturalmente, un capitalismo senza crescita è inconcepibile, e il Giappone tenta in tutti i modi possibili di rilanciare la crescita (fino ad oggi con scarso successo).

L’impossibilità di immaginare delle forze politiche che raggiungano il potere avendo in agenda la decrescita fa si che alcuni decrescenti ne traggano la conseguenza che il cambiamento può avvenire soltanto dal basso e non dallo Stato, percorrendo un sentiero “involontario”, dove i cittadini si autorganizzanoogni volta che l’economia ristagna e la mancanza di crescita genera delle crisi. Io sono d’accordo sul fatto che sia difficile che una transizione alla decrescita sia il risultato di scelte statuali volontarie, e si verifichi sotto il nome di “decrescita”; sarà un processo di adattamento alla stagnazione attuale dell’economia. Io non riesco a vedere, tuttavia, come ciò possa accadere senza occupare anche lo Stato, con un reciproco rafforzamento della società civile e di quella politica, con pratiche dal basso e nuove istituzioni.

Nessun partito politico della Sinistra potrebbe osare di mettere apertamente in discussione la crescita, ma io trovo difficile vedere come, nel lungo periodo, volenti o nolenti, la Sinistra Europea (che, a differenza delle controparti latinoamericane, non può fare affidamento su una bolla dei prodotti da esportare) possa evitare di pensare di come gestire i processi senza crescita. La crescita non è soltanto ecologicamente insostenibile, ma come anche degli economisti hanno riconosciuto esplicitamente (da Piketty a Lawrence Summers e ai sostenitori della “stagnazione secolare”) ma è anche sempre più improbabile per le economie avanzate. Il capitalismo senza crescita è selvaggio.

La decrescita non è ne una teoria organica, né un piano o un movimento politico. Tuttavia è una ipotesi il cui tempo è arrivato; ed è una idea che la Sinistra non può più evitare di affrontare ancora per molto tempo.

Dal sito Comune-info.net Comune Info

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